Metodo

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OSPITALITÀ

Una scuola di italiano è l’invenzione di uno spazio creativo dove costruire relazioni di uguaglianza tra non uguali, liberato da rapporti di dipendenza e potere. Benveniste definisce l’ospitalità come un tipo di relazione tra individui o gruppi che si lega a dei rituali che consistono nello scambio reciproco di una serie di doni e contro doni. Questo rituale di scambio di doni e contro doni non può che avvenire all’interno di un ambiente costruito sulla convivialità così come dovrebbe essere pensata una scuola di italiano con migranti, rifugiati e richiedenti asilo.

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Una scuola di italiano si deve fare strumento conviviale per la costruzione di una società della convivenza e della convivialità. Ivan Illich definisce una società conviviale “una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento (in questo caso la scuola) per realizzare le proprie intenzioni.” Una scuola di italiano rappresenta un luogo e un tempo dove sperimentare una ricerca e un metodo di incontro e riconoscimento reciproco con l’altro. I migranti e i rifugiati, come qualsiasi persona strappata alla propria cultura, volontariamente o meno, pagano un alto prezzo e soffrono di un disagio causato dal disorientamento nostalgico, dalla perdita della casa, dalla crisi della presenza, dai traumi subiti, dal mancato riconoscimento dei propri diritti, dal faticoso e lento adattamento al nuovo contesto di vita. Nello stesso tempo l’arrivo in un paese straniero è anche denso di vitalità, di desideri, di nuove opportunità che si aprono. Una scuola di italiano deve farsi opportunità da cui ripartire per sciogliere la contraddizione di essere entrati a far parte di un nuovo contesto ma di non farne del tutto parte. Nell’incontro con l’altro non ci può essere nessuna predeterminazione perché ogni incontro è unico e diverso essendo diverse e irripetibili le persone al di là dell’etichetta. Ciò che caratterizza l’incontro a scuola è il reciproco non sapere dell’altro: l’altro mi è sconosciuto e mi appare diverso, ma lo stesso accade a lui. In questo senso si è reciprocamente stranieri. Allora una scuola di italiano può rappresentare una soglia di ingresso al nuovo contesto di vita dove, entrambi, il maestro e lo studente straniero, possono trovare un tempo e uno spazio di resilienza per dire in modo elementare e personale: eccoci qui, io sono… L’essere insieme prima del dover essere. Questo è il principio di un percorso comune di conoscenza e scoperta.

APPRENDIMENTO – MOTIVAZIONE

Scrive Carl Rogers: “ogni apprendimento non può che essere automotivato e basato sull’esperienza”. Sappiamo inoltre che non c’è alcuna distanza tra mondo cognitivo e sfera emotiva, ogni nuovo apprendimento è emotivamente investito. Apprendere qualcosa ci cambia, cambiare ci piace e allo stesso tempo ci intimorisce, ce la farò? Questo è vero per tutti.

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La motivazione ad apprendere la lingua può essere molto forte per una persona straniera, si tratta di sopravvivenza, ma anche incontrare intime resistenze che parlano di un rifiuto dell’esperienza migratoria vissuta come doloroso distacco, che parla di paura di nuove acquisizioni di identità, ogni tanto vi sono “empasse” inspiegabili, blocchi. Se consideriamo il processo di apprendimento come qualcosa che riguarda la persona nella sua interezza e complessità, non possiamo che pensare di coinvolgerla con molteplici linguaggi e considerarla nei suoi molteplici aspetti, affettivi, cognitivi Per questo la scuola di italiano per persone straniere non può essere solo una scuola di lingua, in qualche modo necessariamente è anche scuola di vita. Le persone devono poter sentire che stanno facendo esperienza della loro “nuova vita” La motivazione all’apprendimento della lingua trova piano piano un campo libero e comincia a scorrere veloce se cammina parallelamente alla scoperta di nuove possibilità del sé e queste vengono sostenute dall’insegnante e dal gruppo; se il tempo della scuola è un tempo di costruzione di legami significativi; se il tempo della scuola consente l’espressività individuale: è il tempo della “resilienza” intesa come la possibilità di ritrovare “la propria forma originaria” dopo un forte stress.

CURA DEL CONTESTO

Dall’etimologia della parola con-tessere, intendiamo contesto come “la trama” su cui poggiano e si sviluppano le azioni di tutti.Nei principi dell’educazione attiva troviamo che “un contesto reso educante, educa tutti nello stesso momento”.

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La prima cosa di cui prendersi cura sono gli spazi, sufficientemente accoglienti da rendere l’atmosfera non asettica, ma quella propria di un ambiente di vita, e al tempo stesso sufficientemente semplici e neutri perché il gruppo possa “riempirli”, costruirseli a propria immagine e somiglianza perché si possano manipolare con autonomia e padronanza, curarli, contribuire a renderli vivibili. L’ambiente, i muri, gli oggetti che vengono costruiti sono la testimonianza visibile del dipanarsi di un processo di crescita: dell’apprendimento linguistico, delle esperienze condivise, delle relazioni. Ma il contesto è anche il clima relazionale, continuamente curato attraverso la convivialità: celebrare le feste, preparare e consumare insieme il cibo, condividere musica, canti, danza, giochi e chiacchiere informali. Sancire dei momenti di passaggio nel percorso. Offrire uscite per immergersi insieme in una ”didattica” che scaturisca direttamente dall’ambiente, urbano o naturale.

APPROCCIO ALLA PERSONA MIGRANTE

Insegnare la lingua italiana a un gruppo di migranti adulti pone l’insegnante di fronte alla necessità di avviare insieme agli studenti un processo di ricerca sia sul metodo che sulle modalità di approccio alla persona. Che sia in fuga dal proprio paese o che abbia stabilito un accurato progetto migratorio per migliorare la propria condizione di vita, la persona straniera vive una propria “spezzatura di vita” e uno spaesamento culturale.

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Imparare la lingua del paese ospitante è il primo atto fondamentale. Imparare la lingua è anche ammettere definitivamente di essere altrove, di iniziare ad acquisire nuova identità, a livello simbolico può sancire il distacco dai propri affetti, ogni passo successivo verso l’integrazione porta questi elementi di carattere emotivo profondo. L’insegnante, in questo processo delicato, sa di essere un tramite, un traghettatore, un ponte tra un mondo e un altro. L’insegnante sa che spetta a lui sostenere i suoi studenti nel difficile compito di tendere fili di continuità identitaria, dal lì al qui, contenendo le angosce senza entrarvi dentro, sostenendo il cambiamento, senza richiederlo ne sancirlo, a lui il compito di dare strumenti, orientamento, conoscenza della nuova realtà, a lui il compito di far sentire le persone ancora a casa, a casa perché “in se stesse”.