Tracce di storie migranti

Questo spazio nasce dal desiderio di raccogliere, condividere e confrontarsi con le storie di coloro che, per un intreccio di sogni, scelte e imposizioni, lasciano i propri paesi e approdano in Italia.

Storie di cui a volte sentiamo gli echi ma che spesso faticano a trovare contesti di ascolto al di là delle attenzioni di un giornalismo superficiale e stereotipato e di una burocrazia inquisitoria.

Nel doppio significato della parola ospite, che comprende ospitato e ospitante, intendiamo raccogliere voci e testimonianze di tutti gli attori delle trasformazioni sociali e urbane di cui la migrazione è portatrice, nel tentativo di definire i contorni di un fenomeno complesso e in movimento sotto i diversi punti di vista che lo compongono attraverso storie individuali e collettive.

La storia di Bassirou...

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Quando io sono arrivato alla scuola di Asinitas era un momento molto duro per me. Io non parlavo quasi con nessuno, non conoscevo la lingua.

Non avevo un altro posto in quel momento, la mia vita era ferma. La notte stavo in un dormitorio, con persone anziane e malate, e poi tutto il giorno ero in giro, anche con la pioggia e il freddo. Passavo intere giornate seduto sulla panchina di un parco. Non avevo un lavoro, né niente da fare.

Così dopo solo una settimana che sono arrivato, Asinitas è diventata quasi una casa per me.

Ero in Italia da un anno. Nei mesi prima ero stato a Foggia, in campagna a lavorare. Io volevo avere subito soldi e stare bene. Però non avevo ancora capito come funziona questo paese, come può essere difficile se tu non lo capisci. Non avevo un permesso di soggiorno. Niente è andato come io pensavo, e quando sono tornato a Roma è stato anche peggio.

La vita così era troppo difficile e mi ha fatto riflettere: Io non posso vivere così, sempre nascosto”. Ho capito che mi serviva la scuola.

Piano piano ho fatto dei progressi con l’italiano. Mi mancavano molte cose, la vicinanza soprattutto. Mi sentivo solo. Quando sono arrivato ad Asinitas sembra subito che siamo tutti amici, come una famiglia, da tantissimo tempo mi mancava questo.

Il primo giorno me lo ricordo bene. La cosa che subito mi ha colpito è che abbiamo fatto un grande cerchio e abbiamo cantato. Una canzone che parlava di solidarietà e di soldati che combattevano per la loro libertà. E io ho pensato che io in Africa facevo così, cantare insieme agli altri. In quel momento ho ritrovato una piccola parte di me che mi ha dato il coraggio, la fiducia in questo posto.

Poi sono entrato in una grande classe. Mi ricordo che abbiamo fatto dei disegni. Ognuno parlava del suo disegno, di quello che sentiva. Io mi vergognavo, perché non parlavo bene. Il maestro mi ha detto: “Non vergognarti Bassirou, anche se uno sbaglia non è importante. L’importante è che dici quello che pensi e senti, noi ti ascoltiamo

Tutto è iniziato così.

Poi da lì ho conosciuto alcune persone che sono state importanti per il seguito della mia vita. Una rete di persone che mi ha aiutato a non cadere. Grazie a loro ho avuto l’opportunità di avere ospitalità, quando ne ho avuto bisogno, poi di continuare a studiare e di trovare un lavoro. Oggi io ho tante persone che si fidano di me, che mi incoraggiano e mi vogliono bene.

Una mia fortuna è stata entrare un giorno in quella porta. La porta che apre mille altre porte.

La storia di Roxana...

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Mi sentivo disorientata, sola. Ho 32 anni e mi vergognavo di non saper fare le cose. Mi vergognavo di chiedere aiuto, ma Behts è paziente e ho pensato che Dio ci ha messo un angelo per darci una mano.
Ogni volta che vedrò il viso della mia bambina vi sarò grata. Ci siete state nel momento in cui avevo bisogno, nel momento in cui mi sentivo abbandonata. Mi avete orientato e anticipato delle informazioni a cui io da sola non sarei arrivata. Siete state come una famiglia. Mi vergognavo di non saper parlare italiano, tra le persone che conosco sono quella che lo parla meno.

Siete stati di grande aiuto il giorno in cui sono andata a scegliere il pediatra per mia figlia, perché credo che l'aiuto di qualcuno che parla facilmente e conosce quali sono i nostri diritti, i diritti degli stranieri qui in Italia sia molto importante. La signora dello sportello ha detto che non era possibile effettuare questa procedura. Io quando sento "no", me ne vado a casa. Io non avrei insistito, non avrei continuato a parlare. Ma la persona che mi stava aiutando ha insistito e grazie a Dio ho il pediatra per la mia bambina.

Noi stranieri per la vergogna di ammetter che non sappiamo esprimerci, molte volte rimaniamo in silenzio e non facciamo domande, anche se un po’ abbiamo capito. Sono molto grata di aver trovato questo posto.

Lei è Roxana, viene dal Perù e ha partorito il 20 settembre 2020 in piena emergenza Covid. Roxana è entrata a far parte del progetto Parole di mamma che mira a supportare le neomamme straniere.

La storia di Mitul...

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Ero una ragazza vivace e piena di vita. All’università era bellissimo, c’erano gli amici ma soprattutto c’era la testa. Studiare, ascoltare, scoprire di poter capire, ricordare, ragionare, sentire quella vitalità dentro la testa, che non si ferma, che non ti lascia mai.

Avevo lo stesso sogno di papà: diventare un avvocato con un titolo internazionale. Bellissimo! Saper pensare alto, saper pensare tanto. Saper pensare è come l’amore, ti prende e ti porta via.

Poi è arrivato l’uomo, lui aveva fretta, solo dieci giorni e sarebbe dovuto tornare in Italia. La sorella grande ha detto: “C’è l’incontro per il matrimonio”. “Ma come? Non adesso! Io sono già sposata con la testa!” Ma loro hanno detto: “Prendi questo fidanzato, noi non ne abbiamo un altro, tu non hai mai guardato nessuno in vita tua, chi proponi tu? Eh? Vuoi restare sola? Non sei più una bambina…” Ed è subito matrimonio.

Papà ha pensato: “L’uomo può aiutarla a diventare un avvocato internazionale”. Ma non è andata così. L’uomo voleva informarsi ma la vita gli stava già stretta al ristorante di notte e di giorno. Quando sono arrivata in Italia mi sentivo triste, dov’era la mia testa? Perché è come se fosse vuota? Non c’è niente da pensare...il mondo può fare a meno di me. Dove sono i miei amici? L’uomo mi ha detto: “Cos’hai? Vuoi tornare a casa?” Io pensavo.

Ma poi è nata una grande sorpresa. Una nuova vita. La testa per essere madre, la testa per essere maestra dei propri figli, la testa per studiare una lingua nuova in fretta. A, B, C… Qualcuno mi ha chiamato subito secchiona. La testa per avere nuovi amici, la testa per capire come lavorare ancora. Mediatrice: è una bella parola. Mediatrice è quella che sta in mezzo tra i mondi, le lingue, i sentimenti...abbracciata alla testa.

Il testo è tratto dal monologo che Mitul ha scritto e recitato per lo spettacolo teatrale Narikontho (Regia di Emanuela Ponzano, Laboratorio di teatro sociale Narramondi 2018).

Mitul è arrivata alla Scuola delle donne nel 2009, da subito ha iniziato ad aiutare le altre studentesse, per poi lavorare con noi e con altre associazioni del territorio.